Laurel Halo

LABEL
Hyperdub Records

PERFORMANCE
Dj/ Live

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Corrado Marzolini

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Laurel Halo

BIO
A distanza di due anni dall’ineffabile idm da camici bianchi che era In Situ, EP che seguiva a sua volta l’house disfunzionale di Behind The Green Doo e la fragile techno paranoica di Chance Of Rain, la meno identitaria delle musiciste gli anni ’10 torna sui suoi passi per mutare ancora. Stranamente solare, digitale ma distante dalla cibernetica di casa OPN precedentemente sperimentata, Dust reintroduce la voce, ricongiungendo idealmente il percorso della compositrice di Ann Harbor con l’acclamato Quarantine e ponendoci da subito la domanda se questo, visto il forte coinvolgimento di Lafawndah, possa essere il suo disco (future) r’n’b. Conoscendo i suoi lavori, la riposta non può che essere ambigua: più che un percorso parallelo con la labelmate Jessy Lanza sono le equazioni NY-brasilere e la mentalità aperta di un thinker come Arto Lindsay a venire in mente, fascinazioni avvalorate anche dal testo di Sun To Solar, che adotta e rielabora uno scritto del poeta brasiliano Haroldo de Campos. Nel disco però c’è molto altro. Ad esempio un free nel senso di moto ondoso, ovvero con quel senso di estraniamento tutto estivo. In primis c’è da sottolineare l’importanza delle collaborazioni e della strumentazione utilizzata. Accreditati troviamo i contributi di alcuni interessanti artisti come «il disintegratore di ritmi e frantumatore di tempi» Eli Keszler, per citare Pifferi, batterista che qui sostituisce spesso il ruolo che prima era riservato ai synth e che rappresenta un ottimo contraltare ai gorghi, alle moviole e a quel senso di precarietà, solitudine e incertezza che da sempre caratterizza i lavori della Halo. Non secondario inoltre il ruolo delle numerose backing vocalist, come la citata Lafawndah, ma anche Klein e Julia Holter, che contribuiscono a riscaldare le spaesate trame con calore, dinamica, metafisici call & response e inediti smalti. Per sparigliare ancor di più i complessi tarocchi sonori di questo disco, in  fase di scrittura dei testi Laurel Halo si è avvalsa del cut up a completamento di un’affascinante cristalleria subacquea, dai drappeggi anche orientaleggianti, vetrosi come nei lavori dei Visible Cloaks ma anche concettualmente dub. Laurel Halo si è allontanata dalle astrazioni post-club, immergendo le mani in una glassa esotica, caraibica, latina sulla quale vengono appesi layer antigravitazionali e una molteplicità di glitch digitali. Che sia la sua take sul future jazz e su certa saudade nell’era del post-colonialismo? In ogni caso, come sempre, varrà la regola del “I Will Never See You Again”. Ancora una volta un lavoro più che buono.  
Fonte: Sentireascoltare

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